
Vento. Un signore con un cagnolino. Avanzo per alcuni metri. Ci sono due banchetti di ferro e legno, che un tempo credo fossero quelli del venditore di zucchero filato. Ci giro intorno, li studio per capire se ha senso fotografarli e mi si avvicina un signore, piuttosto anziano e trasandato che è arrivato a bordo di una vespa vecchia e trasandata tanto quanto lui. Si avvicina ad uno dei banchetti e mi saluta con un buongiorno che suona tanto simile ad un "Io sono il proprietario di questi affari, non ti autorizzo a fotografarli". Rispondo al saluto e mi allontano con indifferenza e senza fretta, come se in effetti avessi deciso che non valeva la pena di fare foto. Mi avvicino alla palazzina. Dedico un paio di scatti a due costruzioni basse che si trovano sulla destra dell’edificio principale. Tornando sui miei passi per raggiungere l’auto, passo inevitabilmente davanti a quel vecchietto che armeggiava sui banchetti "signorina, ma che voleva fare una foto?" "uhm..si" "faccia pure". Lo ringrazio e mi riavvicino al più grande dei due banchetti. Solo che adesso non mi attira più. Forse ho anche fatto finta di scattare o ho scattato davvero una foto, giusto perché non voglio sprecare la sua disponibiltà. Il tizio, un signore molto modesto, inizia a raccontarmi della sua vita; del fatto che sta smontando i banchetti perché il comune non vuole che stiano lì, e del fatto che anni fa lui gestiva un trenino situato poco più avanti nel parco., una semplice giostra, che poi gli è stata sequestrata. Poi mi racconta che praticamente non ha più una casa, perché la moglie (una donna che ha sposato dopo tanti anni di convivenza) appena ha potuto si è impossessata dell’immobile, cacciandolo. Che l'hanno mandato via dal posto dov'era in affitto perché volevano vendere il magazzino e lui non era ovviamente in grado di comprarlo dal momento che chiedevano una cifra oggettivamente fuori mercato. E poi altri aneddoti vari, tanti.. uno dietro l’altro, senza prendere fiato. Per quanta amarezza ci fosse, non ho visto rabbia ma nemmeno rassegnazione nelle sue parole. Mi tiene a parlare pure sotto la pioggia. “signorina, non la voglio trattenere qui, che sta per piovere” e poi comincia subito con un altro racconto. La tettoia di uno dei baracchini in parte mi ripara dalla pioggia. Quando ormai è diventata troppo intensa, lo saluto, gli do la mano presentandomi, lui mi risponde dicendomi il suo cognome, ma non sono sicura averlo capito. Quando mi parlava, mi guardava negli occhi, ma quando ha ricambiato il saluto ed ha biascicato il suo cognome, ha guardato in basso. Corro verso la macchina. Ora sta ufficialmente piovendo. Asciugo le macchine fotografiche e le lenti degli occhiali. Sono circa le 12 e decido di tornare a casa, ho da cucinare il ragù. Mi immetto in strada, piove con una certa costanza adesso. Ripasso davanti alla Casina Cinese, e quel signore è ancora lì che tenta di smantellare una delle poche cose che ancora gli sono rimaste.

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