sabato 14 novembre 2015

venerdì 17 luglio 2015

Road to...

Ricordo quando, poco meno di dodici mesi fa, mi offrii volontaria, non proprio disinteressatamente, per partecipare al trasloco. Niente era ancora definito e tutto era un’idea, una bella idea, ma al momento solo tale. E invece, rigorosamente senza fretta, Andrea ha trovato il posto adatto, si è destreggiato tra burocrazia e scartoffie e ha organizzato tutto fin nei minimi dettagli, così verso la fine di giugno mi ritrovo ad aggiungere all’agenda un impegno, che merita anche il conto alla rovescia come ogni grande evento si aspetterebbe. Compare solo una parola sulla pagina di domenica 12 luglio, scritta in rosso, in maiuscoletto: Miataland.

Sveglia alle 05.15, ma alle 4.45 spalanco gli occhi, anticipando abbondantemente la sveglia, così come ogni volta in cui ci tengo a non fare tardi. E non ho proprio intenzione di arrivare tardi oggi, perché alle 7.00 chiude il gate, e il mio volo parte alle 7.30 in direzione di Roma. Atterro con qualche minuto di anticipo ma Stefano è già lì ad attendermi insieme alla Mazda 6 nera messa a disposizione da Mazda Italia. Partiamo subito ma il traffico, legittimo per una domenica estiva, ci rallenta. Per fortuna Stefano non si affida ciecamente al seppur affidabile navigatore e sceglie di entrare in autostrada; scelta azzeccata che ci permette di arrivare a Manziana nei tempi previsti. Rivedo facce note, facce umane, conosciute anche loro poco meno di dodici mesi fa in occasione di un raduno serale proprio lì nelle vicinanze, ma mancano le altre facce, quelle meccaniche con gli occhietti a mandorla che, senza offesa per nessuno, erano il mio vero obiettivo (e in fondo lo erano anche per gli altri umani). Ci spostiamo così in un altro parcheggio dove ci accolgono Andrea e otto giocattolini fiammanti.
 

Sono tutte lì: la mia amica Mazdaspeed, la cattiva BBR, la deliziosa NA red stock(!), la sportiva RS limited (quando è bella!), la spaziale B-Spec supercharger, l’austera V-Special e le M2: la signorile ed elegante 1002 e poi lei, la 1001, quella per cui fatico a trovare la parole. Era già deciso che avrei guidato lei, nonostante un anno fa mi fossi ripromessa che il mio battesimo della guida a destra sarebbe stato con la 1002; tuttavia non posso dire di essere pentita della scelta. Entro in macchina e Andrea mi accenna brevemente che l’auto è dotata di immobilizer e mi spiega come disattivarlo. Mi siedo e vengo inglobata dal sedile che mi fa sentire un po’ come i piloti dei «robottoni» degli anime giapponesi, che diventano parte integrante della macchina. Mi guardo un attimo intorno per rendermi conto che mi trovo lì per davvero, e per prendere le misure e l’occhio con gli spazi che sono un po’ diversi da quelli della mia NA e non tanto per la macroscopica differenza della posizione di guida sulla destra, tanto per la mancanza del tunnel di plastica col portaoggetti (qui non è presente, infatti il tunnel è elegantemente minimale, rivestito di moquette), per la presenza del roll bar e per gli specchietti retrovisori sottodimensionati.
Sto ancora ambientandomi quando vedo che pian piano gli altri stanno già iniziando a uscire dal posteggio. Metto in moto, annaspo con la mano destra contro lo sportello alla ricerca di una leva del cambio che non troverò mai, mentre mi rendo conto di aver appena fatto la conoscenza con la manovella per abbassare il finestrino. Respiro profondamente, e questa volta con la mano sinistra, ancora un po’ spaesata, ingrano la prima, e sempre con la mano sinistra, aziono quella che pensavo fosse la freccia, mentre invece si rivela essere i tergicristalli e penso «annamo bene oh» (si, lo penso in romano perché mi bastano dieci minuti per farmi plagiare dagli accenti altrui). E infatti è andata bene. Dopo davvero pochi chilometri gli automatismi sono già in ordine, mi sono chiarita con la frizione che stacca alta ma precisa e gestisco il cambio con sufficiente disinvoltura, mentre la sensazione di essere seduta «dalla parte sbagliata» non mi sfiora nemmeno; stando sulla destra ho come ottimo riferimento la linea che delimita la carreggiata e mi sento rilassata. All’inzio sono molto concentrata sullo specchietto retrovisore per tenere d’occhio chi è dietro di me (solo la B-spec e la Red) ma poi vengo rassicurata telefonicamente che Marcello (che guida la B-spec) conosce la strada e allora allento la tensione e mi dedico a me: ci sono io, riflessa sui vetri del bellissimo pannello della strumentazione, c’è la scritta M2 incorporated sul pulsante del clacson che troneggia sulle razze a specchio del volante in pelle nera, c’è un lungo retrovisore centrale in metallo lucido che mi regala un’ampissima vista su quello succede dietro, c’è un motore reattivo che viaggia meglio sulle marce alte, c’è la targa anteriore poggiata sul tappetino lato passeggero, e poi finalmente c’è una serie di curve, tutte affrontate dalla nostra carovana a velocità modeste, ma già basta per provare una certa soddisfazione.
  
M2-1001





Dopo la breve sosta in cui ci rifocilliamo con abbondanti pasticcini, riprendiamo il viaggio e quasi subito ahimè entriamo in autostrada, per guadagnare tempo. Finalmente possiamo anche fare qualche sorpasso, cosa che con la guida a destra è altamente sconsigliata sulle strade a doppio senso a causa della scarsa visibilità, e con questa incredibile NA mi diverto pure in autostrada; mi ritrovo a sorridere compiaciuta e divertita e forse in fondo un po’ stupita di sentirmi così a mio agio. Non sono in ansia perché sto guidando la macchina di qualcun altro, anche se mi è chiaro che non è nemmeno la mia di NA, ma nonostante questo sono rilassata. C’è caldo, molto, ma col lunotto aperto e i finestrini abbassati l’aria circola e non soffro. Il tempo e i chilometri volano via anche troppo velocemente e ci ritroviamo nella piazza di Todi per l’ultima sosta; qui, durante la manovra mi ricordo che la 1001 non ha il servosterzo, ma è così che mi piace: sincera e senza fronzoli. Mancano gli ultimi 10 chilometri o giù di lì e sebbene mi venga davvero difficile separarmi da lei, DEVO guidare anche la 1002, e così propongo lo scambio a Guido che, nonostante sia chiaro che sia totalmente rapito della più elegante delle NA, suo malgrado accetta. Entro e mi lascio abbagliare dai cremosi interni, e rapire dalla bellezza degli occhi di pernice della radica del pomello del cambio e della leva del freno a mano (che per dovere di cronaca non sono originali, ma rifatti artigianalmente). La sensazione è drasticamente diversa rispetto alla mia compagna di viaggio precedente: carrozzeria blu, interni color crema e tanta radica e ti senti subito Grace Kelly in «Caccia al ladro»; l’abitacolo è mozzafiato e viene quasi voglia di guardare più lui che la strada, che purtroppo era ormai poca quella che ci divideva dall’ingresso di Miataland.

M2-1002
Dopo una stradina non troppo confortevole arriviamo a destinazione e l’entusiasta carovana trova finalmente ristoro. Un buonissimo buffet, fragrante pizza e per finire salsicce di cinghiale chiudono il cerchio e ci fanno riacquistare le energie. Non manca nemmeno un tuffo in piscina (che nel mio caso somigliava più al tuffo di un filtro di tea nella teiera con relativo ammollo) con vista su un panorama che si espande a perdita d’occhio sulla campagna umbra. La giornata adesso può definirsi completa. Non posteggio io la «mia» NA nell’hangar perché colta da festoso altruismo ho proprio desiderio che qualcun altro la provi e se ne invaghisca anche solo la metà di quanto ho fatto io. Dopo la bellissima maglia ricordo (direi quasi maglia trofeo) per tutti i partecipanti, ci tocca salutarci e rimetterci in cammino verso casa, che per me significa l’aeroporto di Ciampino. L’infaticabile Stefano riesce a portarmi in tempo e alle 22.30 sono sull’aereo con destinazione Palermo, stordita dal resto dei altri chiassosi passeggeri. Potrei dire che il viaggio si conclude col mio arrivo alle 23.25, ma non è così. In questo momento, questo esatto in cui scrivo, sono passati cinque giorni dal mio ritorno da Miataland, e le sensazioni che ho provato fanno ancora capolino tra i miei pensieri. Sono arrivata a dire che mi manca la guida a destra e che mi manca la M2-1001 e i suoi sedili. In effetti, come mi ha saggiamente fatto notare un caro amico questo pomeriggio, non conta la durata del viaggio, ma la durata dei ricordi che ci portiamo dietro dopo un viaggio.

Miataland - Foto scattata da BSE50



sabato 6 giugno 2015

L'amico Zaph

Compiacere la propria mente con lo stupore misto alla soddisfazione di trovare in un libro, del tutto inaspettatamente, la descrizione di qualcosa o di qualcuno che si conosce, e che fino a quel momento non si riusciva a descrivere con le parole giuste.

"Una delle difficoltà maggiori che aveva Trillian nel suo rapporto con Zaphod era riuscire a distinguere tra quando Zaphod fingeva di essere stupido perché non aveva voglia di pensare e voleva che qualcun altro lo facesse per lui, quando fingeva di essere ignominiosamente stupido per non far capire che effettivametne non capiva cosa stava succedendo, e quando invece era davvero stupido."

"Lui la vita la aggrediva con un misto di ingenua incompetenza e di eccezionale talento, e spesso era difficile capire dove finiva l'una e cominciava l'altro." 


Guida galattica per gli autostoppisti (The Hitchhiker's guide to the Galaxy -1980) - Douglas Adams

domenica 17 maggio 2015

Cose che càpitano.


Frizione. Freno. Acceleratore. Nonostante siano passati più di 10 anni da quando ho conseguito la patente, ricordo benissimo il mio primo pensiero quando mi sedetti al volante di un’auto nel tentativo di imparare a guidare. Ma faccio un passo indietro. Frizione. Freno. Acceleratore. Da bambina, diligentemente seduta sul divano posteriore dell’auto di mio padre, fingevo di guidare: svoltavo grazie al mio volante immaginario (che ammetto fosse del diametro e nella posizione perfetta) e usavo i miei pedali immaginari. Frizione. Freno. Acceleratore. Adesso non ricordo se l’ordine dei pedali immaginari fosse questo, quasi dubito che la mia postazione di guida fosse fornita di frizione, anzi sono  certa che il mio cambio a controllo vocale non avesse affatto bisogno della frizione, quindi sarà facile immaginare quanto fosse bello e facile guidare per me. Fu così che la presenza della frizione e della leva del cambio in un posto di guida vero mi lasciarono stordita. I primi tentativi di guida, inutile mentire, non furono brillanti e la realtà fu per me, appassionata di auto da sempre, una vero macigno da digerire. Mi dannavo l’anima non volendo accettare che gente per me sciocca e non meritevole di stima fosse in grado di guidare, quando io pensavo che mai sarei riuscita a trovare la coordinazione necessaria. Frizione. Freno. Acceleratore. Ma con costanza e soprattutto con la necessità di ritrovare la mia auto stima che nel frattempo di era dileguata, piano piano, imparai. Oggi però guido in modo diverso da 10 anni fa. Oggi so guidare non meglio di allora, di quando ero una principiante, ma con uno spirito diverso. Perché oggi, guidare, sta diventando una sorta di sfida, di gioco alla roulette russa: ogni uscita è una lotta contro quelli che scattano simultaneamente con la luce verde del semaforo con riflessi degni di un pilota e quelli che se il rosso non è comparso da più di 2 secondi, si sentono ancora autorizzati ad attraversare l’incrocio. La lotta continua con moto e scooter che si librano in mezzo al traffico nemmeno fossero calabroni, e con certi ciclisti che sbucano controsenso come se il fatto di non utilizzare un mezzo a motore, li autorizzasse a muoversi liberamente come premio perché non contribuiscono all’inquinamento. Poi ci sono i pedoni che decidono di poter attraversare anche fuori dalle strisce pedonali perché raggiungere la zona a loro dedicata è una inutile perdita di tempo, tanto le auto corrono comunque, o quelli che prima buttano letteralmente tra le macchine il passeggino e poi si affacciano per vedere se la strada è libera. Menzione d’onore poi va a chi fuma mentre guida o parla al cellulare tenendo ovviamente una mano occupata per schiacciare contro l’orecchio il telefonino, perché non può permettersi di comprare un auricolare (però possibilmente ha un telefonino intelligente che ha pure il vivavoce incorporato). Non posso però non citare coloro che ritengono accettabile che l’attesa ad uno stop non superi i 10 secondi, dopo i quali si è automaticamente autorizzati a passare o ancora meglio a usare smodatamente il clacson contro il pazzo davanti a se che ancora non si decide a muoversi. I famosi «cartelli stradali a tempo». Ci sono poi gli «utilizzatori di indicatore di direzione laterale» che prima rallentano o si fermano quasi e poi inseriscono la freccia; e ancora, quelli che dal momento che tra 100 metri devono svoltare a destra, si ritengono giustificati di circolare nella corsia laterale riservata agli autobus, e anche pretendendo la precedenza da chi invece è scioccamente rimasto nella corsia giusta; in fondo è da condividere: se sei così stupido da non capire che avresti potuto anche tu fare come loro, meriti di dover aspettare il tuo turno. Tra i miei preferiti ci son quelli che pensano di poter decidere loro il tempo di percorrenza necessario per spostarsi da A a B in base alle loro esigenze: se chiacchierano al cellulare o con l’amico passeggero il tempo di 16 minuti può essere accettabile, mentre se sono in ritardo, pretendono di poterlo ridurre a 10. E poi per ultimi, quelli irraggiungibili, coloro che detengono il primato assoluto, sono quelli che guidano pur avendo la patente sospesa o ritirata, usando le corsie autobus e ignorando la necessità di rallentare in prossima di attraversamenti pedonali e che, nel malaugurato caso vengano coinvolti in qualche tipo di incidente, non hanno nemmeno il coraggio di fermarsi ed ammettere le proprie responsabilità.


martedì 7 aprile 2015

Quando uscivo con H.G.

...
L'altro giorno mio fratello mi ha suggerito un libro da leggere, un libro di fantascienza. Sono stata appassionata di letteratura di fantascienza, ed essermelo ricordata mi ha messo una incredibile nostalgia del mio stato mentale di un paio di anni fa: mi è tornata alla mente una mattina passata in balcone al sole (in primavera credo o a inzio autunno quando stare al sole è solo un piacere e non uno sport estremo), in compagnia del mio cane e del primo libro che ho letto di H.G. Wells, ovvero un'edizione del '58 di "I primi uomini sulla luna" riportante il timbro di una biblioteca di Roma, comprato pochi spiccioli tramite e-bay  da un gentilissimo venditore che mi spedì insieme al libro una matita, nemmeno sapesse della mia passione per le bacchette di legno farcite di grafite. In quel periodo la mia mente riusciva ancora a estraniarsi dalla realtà. Nessuna parola e nessun nome osavano, nemmeno per un istante, distrarmi facendomi ripensare ad avvenimenti reali. Aprire un libro equivaleva e chiudere la porta col mondo reale, istantaneamente. Adesso invece è esattamente il contrario: sono talmente attaccata a certi pensieri che aprendo il libro riesco a malapena a sbirciare quel mondo fantastico, sempre attenta a non varcarne la soglia e rimanendo volutamente facile preda dalle distrazione, come se in fondo pensassi che leggere è una perdita di tempo. L'ultima volta che mi son davvero goduta una lettura è stato durante un recente viaggio in treno dove, relegata su una poltrona nemmeno troppo comoda, ero libera di consumare il tempo del viaggio come preferivo, non sottraendo nulla a nessuno, non potendo, per forza di cose, fare niente di più importante.
A tal proposito ho letto questo articolo, che per certi versi mi ha rubato le parole di bocca. Parole che un tempo avrei trovato il tempo di scrivere e che oggi invece, con parecchie altre cose, sembrano non meritarsi più il mio tempo.
...


p.s. Il libro si chiama "Annientamento. Trilogia dell'Area X. Vol 1" di Jeff VanderMeer.

sabato 29 novembre 2014

L'ultima e la prima.

Cercando di mettere ordine tra negativi e scansioni, rovistando tra i ricordi e cercando di alimentare certe passioni che sembrano sopite ma che più che altro sono sommerse da altri pensieri, mi sono imbattuta in due fotografie. É passato ben più di un anno da quando sviluppai questo rullino, il mio solito e fidato Efke100. Si tratta del primo rullo di prova della Pentacon Six TL, quindi ancora non sapevo se la macchina fosse affetta dal problema tipico di questo modello, ovvero il difetto di trascinamento che porta i fotogrammi ad accavallarsi. Avevo fatto delle prove con il dorso aperto trascinando solo la carta protettiva di un rullo e sembrava che i fotogrammi fossero distanti giusto un paio di millimetri, ma ancora non sovrapposti. Ricordo un giorno in cui ero arrivata al 14esimo scatto (il contapose arriva fino a 24, per i rulli 220), quindi pensavo che ormai il rullo fosse finito, ma visto che non avevo ancora confidenza con la macchina, scattai  ugualmente e via.. non ci pensai più. Soprattutto perché trovai il tempo di sviluppare il rullino solo dopo parecchi mesi. Tanti, probabilmente troppi. Così capitò che nel magico momento in cui, con gesto rapido, si estrae la pellicola dalla spirale della tank e il cuore è sempre un po' un subbuglio perché è quello il momento in cui si ha la certezza che tutto sia andato bene in fase di sviluppo, i miei occhi caddero su una foto in particolare; e in quell'istante il cuore fu più che in subbiglio. Stesi la pellicola e osservai la foto. Eccola lì, era lei: l'ultima foto in assoluto che ho scattato a Spillo; ero certa non avrei avuto molti mesi per scattargliene altre ma non sapevo che questa sarebbe stata l'ultima. Era nella sua cuccia, in balcone. Ultimamente ero io che lo portavo fuori a fargli prendere un po' d'aria e di sole, perché a lui piaceva ma ormai era anziano e non sempre trovava le energie per uscire all'aperto. Erano già passati mesi da quando non c'era più. E fu strano pensare che quella sua immagine fosse stata lì per tanto tempo, sospesa. La fotografia è anche questo. Però a volte sa essere ancora di più. Guardando le altre foto, che erano molto ravvicinate ma non sovrapposte, mi resi conto che erano più di dodici. C'era la tredicesima e, assurdamente, anche una quattordicesima foto. Non era intera, diciamo circa due terzi di un fotogramma normale, perché la pellicola era giustamente terminata. Si trattava proprio della foto che credevo di aver scattato a vuoto e invece c'era. Ed era la foto di un cane che avevo trovato vicino casa, appena un paio di settimane dopo la dipartita di Spillo. Era in assoluto la prima foto che ho scattato a Boris. Non si chiamava ancora Boris, e non avevo idea di cosa sarebbe stato di lui.
L'ultima e la prima foto, sullo stesso rullo; cose da fotografia analogica. 



mercoledì 3 settembre 2014

John, chi?



La Repubblica lo chiama addirittura per nome. Quando in realtà non sa si chi sia, quando non c'è nemmeno la certezza che si tratti del medesimo folle che ha elargito la stessa sorte all'altro giornalista americano, alcuni giorni fa. Poi però contestualmente pubblicano articoli nei quali indagano sul perchè certi giovani, anche europei, sia avvicinino al pensiero jihadista: non gliene frega niente della Jihad! L'unica cosa che conta oggi più che mai è la visibilità. L'egocentrismo è sempre esistito, ma adesso viene alimentato dalla possibilità di avere realmente un pubblico globale. Gli emulatori sono coloro che vengono raggiunti da un evento. Se quell'evento rimane confinato in zone limitate, il numero di persone con problemi psichici che possono immedesimarsi nell'evento o semplicemente decidere di fare qualcosa di eclatante imitando qualcun'altro, è anch'esso limitato. Se oggi condividiamo ogni singolo evento a livello mondiale, di conseguenza si amplia a dismisura il pubblico e il numero di possibili emulatori. Che a loro volta sapranno di essere conosciuti in tutto il mondo. John. John che tiene virtualmente in scacco addirittura il presidente degli Stati Uniti. Così si alimenta la speranza di qualcuno di non essere dimenticato, anzi di essere conosciuto ovunque col suo nome, di poter lascere un segno. E non importa per quale motivo.