sabato 24 settembre 2011

I neutrini col GPS in giro per l'Europa

Non è vero che lo Stato non finanzia la ricerca. In chissà quanti anni e con chissà quali sforzi, l'Italia ha segretamente contributo ad un'opera epica. In silenzio, perchè al Governo non piace vantarsi, tantomeno quando i meriti gli spettano solo di riflesso. In fondo 45 milioni di euro cosa sono? Bruscolini, se servono per raggiungere una scoperta epica. E 730 chilometri cosa sono? Poca roba. Tra poco il tunnel Svizzera-Abruzzo verrà aperto al pubblico. Stanno costruendo gli autogrill. Così la gente potrà visitarlo e fare le foto ricordo davanti alle targhe commemorative che informano "I netruini sono passati da qui".

http://ilmetapapero.files.wordpress.com/2011/09/ministero_cern.png?w=614&h=365

martedì 6 settembre 2011

Antipodi

Chissà come mai le mie giornate iniziano sempre con una rinvigorente corsa ed un salutare yogurt magro, per terminare inesorabilmente in una oziosa fumata ed uno spocchioso whisky.

lunedì 5 settembre 2011





p.s. Va bene, non è nel mio stile. Ma in fondo, che me ne importa. Io non ho uno stile.

sabato 30 luglio 2011

It can be quite romantic...

sabato 9 luglio 2011

Band of Skulls - Fires

domenica 19 giugno 2011

.

Un elicottero ha sorvolato casa; sarà stato piuttosto basso visto il frastuono. Ed ho pensato al fatto che mi piace quando capita, le rare volte che capita, che un uccello volando basso, proietti la sua ombra su di me, sempre che sia abbastanza grande o abbastanza lento da farmi accorgere di quella frazione di secondo in cui la sua ombra mi investe. É un evento raro, e si sa, il valore delle cose è spesso esclusivamente merito della loro rarità.

giovedì 16 giugno 2011

sabato 4 giugno 2011

Validation

martedì 24 maggio 2011

Chissà perché continuo a comprare compulsivamente piccoli quadernetti di carta possibilmente riciclata e possibilmente colorata... In fondo la metà di loro ha ancora le pagine immacolate. Però son belli!

L'austera e cupissima Temagraph Soft Touch nera invece non è ancora stata spodestata. Dopotutto, come biasimarvi, povere matite? Se io fossi una di voi mi cancellerei dalla faccia della Terra, pur di non doverla affrontare.

giovedì 24 marzo 2011

Ai sivigliani piace/piacciono:

- le auto rosse. Ne ho viste decine. Amano davvero il rosso! Ed amare significa avere coraggio. Perché ce ne vuole parecchio per comprare una bmw serie1 4 porte di quel colore. Idem per Mercedes e Audi

- gli schnauzer nani. Ne ho contati almeno cinque, più un sacco di altri cagnolini striminziti, quali cocktail di yorkshire e chiuahua, chiuaua e yorkshire, chiuahua e chihuahua, yorkshire e yorhkshire, chihuahua/yorskshire e chihuahua, e tutte le altre combinazioni possibili. Avvistati pochissimi cani che possano essere oggettivamente definiti tali.

- rompersi gli arti superiori. Del perché ne abbia inziato a tenerne il conto, lo spiego un’altra volta, ma ho conteggiato almeno 7 persone con un braccio appeso al collo. Unendo questa osservazione con la precedente, sono arrivata alla conclusione che i sivigliani abbiano bandito i cani di taglia grande perché portandoli a passeggio i quattrozampe li strattonavano così forte da causare danni, e quindi ora tutti preferiscono avere degli esemplari di cani peso mosca.

- mangiare cibi fritta. Gli piace fin troppo.(Detto che chi viene dalla città “panino con panelle a merenda”, fa un certo effetto). Colazione con churros (buoni, buonissimi, ma quasi intangibili. Sono solo un pretesto per friggere qualcosa.). Pranzo e cena con patatine fritte e tapas; tapas che erano (almeno per il 40% nel mio caso) guardacaso fritte.

- bere birra. Ma quasi esclusivamente Cruzcampo.


- i prosciutti. Capisco che si tratti di un prodotto tipico, ma fare colazione in un bar con un prosciutto di Damocle che penzola minaccioso sulla tua testa, può essere traumatizzante.

- le arance. Anche solo guardarle. Tant’è che gli onnipresenti aranci lungo le strade erano sempre carichi di frutti che nessuno però raccoglieva. Piccoli soli incadescenti che illuminavano le strade più dei lampioni.

- rompersi gli arti inferiori. Vedi sopra. Avvistati 5 mono gamba.

- la lingua spagnola. Anche facendo domande in inglese, tutti rispondevano solo in spagnolo. Ma va bene così, in fondo han ragione.. è davvero una bella lingua.

sabato 19 marzo 2011

Cantare in francese mentre si ha il naso chiuso e la gola in fiamme è davvero appagante.

giovedì 3 marzo 2011

Incantata dal latte che, con impudichi volteggiamenti, ammalia e corrompe l'ingenuo té.

venerdì 18 febbraio 2011

A Sandro




Devo un grazie a Botticelli, perché ha avuto l’inconsapevole merito di aver spazzato via senza rispetto il mio entusiastico (fin troppo entusiastico per essere credibile) proclama semestrale di essere diventata confortevolmente insensibile.

Ma cominciamo dall’inizio, così come si aspetta che sia. Sto trotterellando da un’opera all’altra nella galleria degli Uffizi. Ho già passato le prime sale, quelle dedicate alle opere di Giotto e Cimabue (che più che una vera ammirazione, hanno suscitato in me un sentimento di tenerezza nei loro confronti); ho anche attraversato la sala dove, con mio stupore subito seguito da delusione, vengo a conocenza che un’opera di Paolo Uccello che ho sempre ammirato non è visibile perché sottoposta a restauro. E dire che nemmeno ricordavo fosse esposta lì... ma questo non basta a smorzare il mio disappunto. Proseguo la visita rallegrandomi della presenza del celebre dittico di Piero della francesca che rappresenta Federico da Montefeltro e Battista Sforza. Cosa mi attraeva di questo dipinto? Il naso del Conte. Per parecchio tempo mi domandai perché non ne avesse addolcito l’assurda conformazione. Solo qualche tempo dopo scoprii la motivazione ma ormai il danno era fatto: conoscevo l’opera più o meno a memoria. Ho continuato la visita mostrando insofferenza per la quantità di opere di Filippino Lippi, quando tutto ad un tratto, iniziano a mostrarsi a me dei dipinti di Botticelli. Con noncuranza, quasi con incoscenza, oltrepasso l’uscio che divide due sale e subito sulla sinistra un’assembramento di persone accalcate davanti ad un ingombrante quadro protetto da uno spesso vetro, non può fare a meno che attirare la mia attenzione. Intuisco appena la presenza de “la nascita di Venere” e mi costringo a distogliere lo sguardo per non rovinarmi la vista del quadro, raggiungendolo dalla posizione defilata in cui mi trovo. Mi volto rapidamente verso la parete che si trova alle mie spalle e mi lascio scappare, spero sufficientemente sottovoce, un’esclamazione forse un pò troppo colorita che qui riporterò come “perdindirindina!”. Alzo lentamente lo sguardo sull’immensa tela che mi sovrasta e mi stordisce a colpi di colori vivaci e di linee morbide. Mai vista in vita mia. L’autore è sempre lui, Botticelli. La pala di San Barnaba (intuile cercare immagini su internet, non perché non se ne trovino, ma nessuna rende minimamente l’idea di come sia questo quadro dal vivo). Nemmeno mi accorgo che ci sia l’onnipresente Maria col bambino, la mia attenzione è tutta per i pesanti drappi di velluto, per i marmi sullo sfondo e per la figura di san Michele. Un viso ed un’espressione non descrivibili, che ti fanno solo sperare che l’autore non abbia usato un modello per quel personaggio, perché in fondo non vuoi credere che una tale bellezza possa essere stata umana e di conseguenza umanamente destinata a sfiorire. Torno in me dopo aver notato una delle “guardie” (non so se definirle tali.. in realtà non so come si chiamino gli impiegati dei musei che non fanno altro che star seduti in un angolo della sala a guardare per terra con lo sguardo perso in chissà quali pensieri) che si accosta al piccolo corrimano che tiene distanti le persone dai quadri. Forse mi son avvicinata troppo, o forse son rimasta troppo tempo pietrificata lì davanti, nemmeno avessi visto la Medusa in squame ed ossa e probabilmente voleva solo accertarsi che fossi ancora cosciente. Balzo all’opera successiva un pò imbarazzata quasi mi avessero scoperta con “le mani nella marmellata”. Osservo distrattamente gli altri quadri, forse sempre di Botticelli o forse no, finché un’altra monumentale opera mi afferra prepotentemente e mi costringe a sedermi di fronte a lei ad osservarla: si tratta di un trittico davvero imponente di un certo Van der Goes. Si tratta del trittico Portinari. E anche in questo caso le immagini reperibili su internet non fanno il loro dovere. Dal vero quel quadro è totalmente soffocante: i volti accigliati dei contadini, il bambinello che più che adagiato al suolo dopo la nscita, sembra caduto in terra per caso. I colori sono spenti ma pieni. Non è bello nel senso moderno del termine, perché è tutt’altro che gradevole. Ma al contempo si capisce che non è nemmeno stato volutamente creato così inquientante. E l’insieme di questi controsensi, al mio sindacabilissimo giudizio, lo rende davvero emozionante. Liberatamenti dalla morsa di quest’opera, guardo gli altri quadri ripercorrendo il perimetro della sala consapevole di avvicinarmi sempre più a ciò che sto aspettando. Sembra un gioco di corteggiamento: so benissimo che gli altri non mi interessanto, io punto a lui.. ma per rimandare ancora di più l’incontro, pur sapendo che sarà gradevolissimo, mi concedo degli sguardi in giro, crogiolandomi nell’attesa che a volte riesce ad essere ancora più prodiga di emozioni dell’evento stesso. Ed è qui che succede quello che non mi aspetto. Non avevo dimenticato solo la presenza del quadro di Paolo Uccello. Ne ho scordato uno ben più celebrato. E mi ritrovo davanti a lui totalmetne disarmata, vis-à-vis. La reazione non è immediata, mi serve qualche secondo per realizzare. Indietreggio un paio di passi per guadagnare una visione d’insieme migliore, mentre riesco benissimo ad accorgermi del sorriso che mi si sta disegnando sul volto. Gli occhi diventano più lucidi. Ma non verso nemmeno una lacrima. La mia non è commozione. La sensazione che provo è più simile alla più sincera gioia che si può provare ritrovando dopo tanto tempo un amico dimenticato. Ho sempre preferito “La primavera” alla “Nascita di Venere”, ma non immaginavo a tal punto.

Visto che ci sono, vorrei anche ringraziare l’inglese che ho incrociato sul pullman Firenze/Pisa perché mi ha dimostrato che esistono ancora uomini affascinanti come James Dean. E ancor di più, che salgono le scale come Anthony Perkins.

domenica 2 gennaio 2011

Atto primo - scena terza

...
Là - ecco la mia benedizione.
E questi pochi precetti bada di stamparteli
nella memoria. Non dare lingua
ai tuoi pensieri, né un corpo a quelli
smoderati. Sii familiare ma non
volgare. Gli amici che hai, dopo averli
messi alla prova, piantali nella tua anima
con rampini d'acciaio. Ma non intorpidirti
le palme per salutare ogni gradasso
implume e appena nato. Guardati
dalle liti, ma una volta che ci sei dentro
bada che sia l'altro a guardarsi da te.
Presta orecchio ad ogni uomo ma la tua voce
a pochi. Accogli il parere di tutti
ma riservati il tuo giudizio...
...
Questo soprattutto: sii fedele a te stesso
e ne deve seguire, come la notte al giorno,
che non sarai mai falso con nessuno.
...

Polonio al figlio Laerte.

Amleto - Shakespeare

giovedì 9 dicembre 2010

Nessuna fiducia...

...a Berlusconi.

http://www.avaaz.org/it/no_fiducia_governo_berlusconi?fp

Proviamo a fare qualcosa per mandarlo a casa (sarebbe meglio in carcere, ma andiamo per gradi)

domenica 5 dicembre 2010

PDL e Zecchino d'Oro - Per la vita

Se solo alcune delle madri di questi politicanti avessero potuto abortire...

sabato 10 luglio 2010

.

Io sono una scatola di fiammiferi. Uno dietro l'altro, sfavillanti nel crepitio della loro nascita, indomiti e magici da sembrare irripetibili, ve ne andate. Uno dietro l'altro. C'è chi si consuma più in fretta e chi nasce così sfortunato da morire proprio nel tentativo di veder la luce. Uno dietro l'altro. Dell'inutile cenere ed il vuoto nella scatola non lasciano dubbi. Nessuno di voi poteva essere una candela.

giovedì 15 aprile 2010

Lettera ad un regalo mai dato

Dall'angolo buio di un cassetto ti chiedi come mai non ti sei mai più mosso da lì. Cosa ne sarebbe stato di te se il destino fosse stato solo uno zinzino meno reale e un pizzico più romanzato. Forse avresti solo cambiato mobile, casa e città e saresti comunque finito nel fondo di un cassetto soffocato da maglie di lana o da cianfrusaglie. Le ipotesi non servono a niente tuttavia, perché giaci ancora lì dove sei sempre stato. Se la cosa può rincuorarti ti bisbiglierò un piccolissimo segreto: non sei il solo. Fai parte dei regali mai dati. Negli anni siete aumentati perché siete figli di un'abitudine che ha messo radici parecchio tempo fa, e che le ha messe davvero bene se sono qui a parlarne. Siete il frutto dei miei entusiasmi, del mio piacere di condividere, della mia voglia di dare vita ad una piccola sopresa. Detto così sembra che i regali li faccia più per me che per gli altri.. ma non è la gratificazione che mi ha mai interessata; se fosse stato così sareste già stati tutti regalati. Al contrario, il fatto per cui siete rimasti allo stadio embrionale è che mi siete sembrati eccessivi, a volte. Non volevo riconoscenza o mettere in imbarazzo il destinatario. Esagerati nel valore affettivo e non in quello economico. Alcuni di voi erano destinati anche a semplici conoscenti verso i quali di certo non c'era un affetto radicato. E forse proprio questo vi rendeva eccessivi: eravate probabilmente sproporzionati per determinati livelli di rapporti umani. Non sono tipo da fare regali a destra ed a manca, ma gli amici prima di diventare tali sono solo conoscenti, e se percepisco in un conoscente qualche tipo di affinità, a volte mi lascio trasportare. Proprio per questo ho rischiato di recente di ritrovarmi un mandorlo fiorito in balcone, a far compagnia al mio Mandorlo. Però ultimamente mi contengo. Mi duole dirtelo, ma tu e gli altri come te mi mettete tristezza. Perché siete quasi sempre l'esempio tangibile di qualcosa che credevo di vedere, è che invece era solo un miraggio. Alcuni di voi sono rimasti con me per strani motivi, altri sono stati consegnati con epico ritardo. Pochi, pochissimi sono stati utilizzati; pur sapendo che non sarete più il regalo di nessuno, non vi ho mai usato. Sparpagliati tra le mie cose siete rimasti libri mai sfogliati, stilograiche che non hanno mai scritto una sola lettera, note intrappolate su cd, pipe mai fumate, foto mai appese o stupidi ninnoli che non hanno mai conquistato il loro posto su un mobile tra altri inutili soprammobili. Mi spiace un pò per voi, ma mi spiace ancora di più per me. Spero di essere coerente e di fare di te l'ultimo di questa sfortunata stirpe.

Salutami quel dinosauro fatto col Das con cui condividi l'angolo del cassetto.

Flo

martedì 30 marzo 2010

Forse giallo, azzurro e lilla.

Vorrei una casa. Una casa con le pareti colorate. Vorrei ogni stanza con le pareti di colore diverso, così da poter scegliere quale guardare il base al mio stato d'animo. E dentro ci vorrei i vecchi mobili che avevamo nella casa di campagna. Un tavolo reduce degli anni '60 col ripiano in formica rosso ed il bordo di metallo e le sedie in tinta, ma tutte con una sfumatura diversa in base a quanto sono rimaste esposte al sole. Vorrei un cane ed un gatto. Un gatto di strada che viene da me solo quando ha fame o voglia di coccole; e da lui vorrei imparare a fare le cose solo quando mi vanno davvero. Sarà un gatto che non accetterà mai una carezza in più di quelle che vuole davvero, nonostante sia io a sfamarlo. In fondo non c'è niente di male a comportarsi così se si è sinceri e si mette subito in chiaro cosa si è disposti a dare ed a ricevere. Vorrei un cane che non ha bisogno di guinzaglio e collare. E non vorrei considerarmi la sua padrona, ma la sua coinquilina. E da lui vorrei imparare quel tipo di amicizia che ti fa sorridere con gli occhi alla sola vista dell'amico. L'amicizia in cui l'affetto riesce a mitigare qualsiasi tipo di screzio, in cui niente sarà mai così grave da farti passare il sorriso. Ed in questa casa vorrei almeno una finestra di quelle in cui ti puoi sedere sul davanzale. Vorrei potermi sedere lì per leggere un libro mentre il sole coi sui raggi trafigge i vetri, me ed il libro. Vorrei sedere lì a guardare le gocce di pioggia che si rincorrono sul vetro in una notte tempestosa. Vorrei star in ginocchio sul quel davanzale guardando giù in strada, irrequeita nell'attesa dell'arrivo di un mio ospite. Vorrei un vaso di gerani rossi ad adornare l'esterno della mia finestra. E nella monotonia di una distratta città qualsiasi, la mia finestra sarà contenta di scoprirsi diversa da tutte le altre, così tanto che nessuno essere sensibile potrà fare a meno di notarla.


Vorrei non dire più che "vorrei". Almeno non così tanti e non tutti di seguito. Ho già una parete verde acqua. Ora devo solo scegliere altri 3 colori.


p.s. se stai provando ad immaginare quella casa, pensala come la immagino io: una finestra su un tardo pomeriggio primaverile, obliqui raggi luminosi che regalano a tutti i colori una morbida e calda sfumatura che sa di buono, di serenità e che si apre su una stanza a modo suo ordinata, bizzarra, non convenzionale, che ha in sé tanti stili senza che nessuno risulti mai fastidioso con l'altro. Una fumante tazza di thé nero sta raffreddandosi sul tavolo che è più rosso che mai, grazie alla luce arancione del sole che sbadigliando sembra tirare su di se l'orizzonte come se fosse una coperta. L'assenza di colori delle foto alle pareti sarà ampiamente riscattata dal resto degli oggetti di casa. Tepore. E poter pensare, aprendo la porta d'ingresso: "finalmente a Casa"

mercoledì 17 marzo 2010

I.V.V.


Un tetrapack di tavernello e una bottiglia di cabernet. Non sono gli artefici di una ubriacatura, ma i protagonisti della mia ennesima metafora. Quando non pensavo o meglio, non immaginavo come poterne venirne a capo, ecco che la chiave è arriva da un po’ di vino; e non è servito nemmeno berlo. Questo si che è “in vino veritas”.


Perché se si vuole credere all’idea di straordinario serve imprescindibilmente arrendersi al concetto di ordinario. Ed accettarlo tutt’altro che mal volentieri, perché è per merito suo e solo se prendiamo come premessa la sua esistenza, che è possibile proiettarsi verso lo straordinario.