sabato 24 settembre 2011
I neutrini col GPS in giro per l'Europa
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martedì 6 settembre 2011
Antipodi
sabato 30 luglio 2011
sabato 9 luglio 2011
domenica 19 giugno 2011
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giovedì 16 giugno 2011
sabato 4 giugno 2011
martedì 24 maggio 2011
L'austera e cupissima Temagraph Soft Touch nera invece non è ancora stata spodestata. Dopotutto, come biasimarvi, povere matite? Se io fossi una di voi mi cancellerei dalla faccia della Terra, pur di non doverla affrontare.
giovedì 24 marzo 2011
Ai sivigliani piace/piacciono:
- gli schnauzer nani. Ne ho contati almeno cinque, più un sacco di altri cagnolini striminziti, quali cocktail di yorkshire e chiuahua, chiuaua e yorkshire, chiuahua e chihuahua, yorkshire e yorhkshire, chihuahua/yorskshire e chihuahua, e tutte le altre combinazioni possibili. Avvistati pochissimi cani che possano essere oggettivamente definiti tali.
- rompersi gli arti superiori. Del perché ne abbia inziato a tenerne il conto, lo spiego un’altra volta, ma ho conteggiato almeno 7 persone con un braccio appeso al collo. Unendo questa osservazione con la precedente, sono arrivata alla conclusione che i sivigliani abbiano bandito i cani di taglia grande perché portandoli a passeggio i quattrozampe li strattonavano così forte da causare danni, e quindi ora tutti preferiscono avere degli esemplari di cani peso mosca.
- mangiare cibi fritta. Gli piace fin troppo.(Detto che chi viene dalla città “panino con panelle a merenda”, fa un certo effetto). Colazione con churros (buoni, buonissimi, ma quasi intangibili. Sono solo un pretesto per friggere qualcosa.). Pranzo e cena con patatine fritte e tapas; tapas che erano (almeno per il 40% nel mio caso) guardacaso fritte.
- bere birra. Ma quasi esclusivamente Cruzcampo.
- i prosciutti. Capisco che si tratti di un prodotto tipico, ma fare colazione in un bar con un prosciutto di Damocle che penzola minaccioso sulla tua testa, può essere traumatizzante.
- le arance. Anche solo guardarle. Tant’è che gli onnipresenti aranci lungo le strade erano sempre carichi di frutti che nessuno però raccoglieva. Piccoli soli incadescenti che illuminavano le strade più dei lampioni.
- rompersi gli arti inferiori. Vedi sopra. Avvistati 5 mono gamba.
- la lingua spagnola. Anche facendo domande in inglese, tutti rispondevano solo in spagnolo. Ma va bene così, in fondo han ragione.. è davvero una bella lingua.
sabato 19 marzo 2011
giovedì 3 marzo 2011
venerdì 18 febbraio 2011
A Sandro
Devo un grazie a Botticelli, perché ha avuto l’inconsapevole merito di aver spazzato via senza rispetto il mio entusiastico (fin troppo entusiastico per essere credibile) proclama semestrale di essere diventata confortevolmente insensibile.
Ma cominciamo dall’inizio, così come si aspetta che sia. Sto trotterellando da un’opera all’altra nella galleria degli Uffizi. Ho già passato le prime sale, quelle dedicate alle opere di Giotto e Cimabue (che più che una vera ammirazione, hanno suscitato in me un sentimento di tenerezza nei loro confronti); ho anche attraversato la sala dove, con mio stupore subito seguito da delusione, vengo a conocenza che un’opera di Paolo Uccello che ho sempre ammirato non è visibile perché sottoposta a restauro. E dire che nemmeno ricordavo fosse esposta lì... ma questo non basta a smorzare il mio disappunto. Proseguo la visita rallegrandomi della presenza del celebre dittico di Piero della francesca che rappresenta Federico da Montefeltro e Battista Sforza. Cosa mi attraeva di questo dipinto? Il naso del Conte. Per parecchio tempo mi domandai perché non ne avesse addolcito l’assurda conformazione. Solo qualche tempo dopo scoprii la motivazione ma ormai il danno era fatto: conoscevo l’opera più o meno a memoria. Ho continuato la visita mostrando insofferenza per la quantità di opere di Filippino Lippi, quando tutto ad un tratto, iniziano a mostrarsi a me dei dipinti di Botticelli. Con noncuranza, quasi con incoscenza, oltrepasso l’uscio che divide due sale e subito sulla sinistra un’assembramento di persone accalcate davanti ad un ingombrante quadro protetto da uno spesso vetro, non può fare a meno che attirare la mia attenzione. Intuisco appena la presenza de “la nascita di Venere” e mi costringo a distogliere lo sguardo per non rovinarmi la vista del quadro, raggiungendolo dalla posizione defilata in cui mi trovo. Mi volto rapidamente verso la parete che si trova alle mie spalle e mi lascio scappare, spero sufficientemente sottovoce, un’esclamazione forse un pò troppo colorita che qui riporterò come “perdindirindina!”. Alzo lentamente lo sguardo sull’immensa tela che mi sovrasta e mi stordisce a colpi di colori vivaci e di linee morbide. Mai vista in vita mia. L’autore è sempre lui, Botticelli. La pala di San Barnaba (intuile cercare immagini su internet, non perché non se ne trovino, ma nessuna rende minimamente l’idea di come sia questo quadro dal vivo). Nemmeno mi accorgo che ci sia l’onnipresente Maria col bambino, la mia attenzione è tutta per i pesanti drappi di velluto, per i marmi sullo sfondo e per la figura di san Michele. Un viso ed un’espressione non descrivibili, che ti fanno solo sperare che l’autore non abbia usato un modello per quel personaggio, perché in fondo non vuoi credere che una tale bellezza possa essere stata umana e di conseguenza umanamente destinata a sfiorire. Torno in me dopo aver notato una delle “guardie” (non so se definirle tali.. in realtà non so come si chiamino gli impiegati dei musei che non fanno altro che star seduti in un angolo della sala a guardare per terra con lo sguardo perso in chissà quali pensieri) che si accosta al piccolo corrimano che tiene distanti le persone dai quadri. Forse mi son avvicinata troppo, o forse son rimasta troppo tempo pietrificata lì davanti, nemmeno avessi visto la Medusa in squame ed ossa e probabilmente voleva solo accertarsi che fossi ancora cosciente. Balzo all’opera successiva un pò imbarazzata quasi mi avessero scoperta con “le mani nella marmellata”. Osservo distrattamente gli altri quadri, forse sempre di Botticelli o forse no, finché un’altra monumentale opera mi afferra prepotentemente e mi costringe a sedermi di fronte a lei ad osservarla: si tratta di un trittico davvero imponente di un certo Van der Goes. Si tratta del trittico Portinari. E anche in questo caso le immagini reperibili su internet non fanno il loro dovere. Dal vero quel quadro è totalmente soffocante: i volti accigliati dei contadini, il bambinello che più che adagiato al suolo dopo la nscita, sembra caduto in terra per caso. I colori sono spenti ma pieni. Non è bello nel senso moderno del termine, perché è tutt’altro che gradevole. Ma al contempo si capisce che non è nemmeno stato volutamente creato così inquientante. E l’insieme di questi controsensi, al mio sindacabilissimo giudizio, lo rende davvero emozionante. Liberatamenti dalla morsa di quest’opera, guardo gli altri quadri ripercorrendo il perimetro della sala consapevole di avvicinarmi sempre più a ciò che sto aspettando. Sembra un gioco di corteggiamento: so benissimo che gli altri non mi interessanto, io punto a lui.. ma per rimandare ancora di più l’incontro, pur sapendo che sarà gradevolissimo, mi concedo degli sguardi in giro, crogiolandomi nell’attesa che a volte riesce ad essere ancora più prodiga di emozioni dell’evento stesso. Ed è qui che succede quello che non mi aspetto. Non avevo dimenticato solo la presenza del quadro di Paolo Uccello. Ne ho scordato uno ben più celebrato. E mi ritrovo davanti a lui totalmetne disarmata, vis-à-vis. La reazione non è immediata, mi serve qualche secondo per realizzare. Indietreggio un paio di passi per guadagnare una visione d’insieme migliore, mentre riesco benissimo ad accorgermi del sorriso che mi si sta disegnando sul volto. Gli occhi diventano più lucidi. Ma non verso nemmeno una lacrima. La mia non è commozione. La sensazione che provo è più simile alla più sincera gioia che si può provare ritrovando dopo tanto tempo un amico dimenticato. Ho sempre preferito “La primavera” alla “Nascita di Venere”, ma non immaginavo a tal punto.
Visto che ci sono, vorrei anche ringraziare l’inglese che ho incrociato sul pullman Firenze/Pisa perché mi ha dimostrato che esistono ancora uomini affascinanti come James Dean. E ancor di più, che salgono le scale come Anthony Perkins.
domenica 2 gennaio 2011
Atto primo - scena terza
Là - ecco la mia benedizione.
E questi pochi precetti bada di stamparteli
nella memoria. Non dare lingua
ai tuoi pensieri, né un corpo a quelli
smoderati. Sii familiare ma non
volgare. Gli amici che hai, dopo averli
messi alla prova, piantali nella tua anima
con rampini d'acciaio. Ma non intorpidirti
le palme per salutare ogni gradasso
implume e appena nato. Guardati
dalle liti, ma una volta che ci sei dentro
bada che sia l'altro a guardarsi da te.
Presta orecchio ad ogni uomo ma la tua voce
a pochi. Accogli il parere di tutti
ma riservati il tuo giudizio...
...
Questo soprattutto: sii fedele a te stesso
e ne deve seguire, come la notte al giorno,
che non sarai mai falso con nessuno.
...
Polonio al figlio Laerte.
Amleto - Shakespeare
giovedì 9 dicembre 2010
Nessuna fiducia...
http://www.avaaz.org/it/no_fiducia_governo_berlusconi?fp
Proviamo a fare qualcosa per mandarlo a casa (sarebbe meglio in carcere, ma andiamo per gradi)
domenica 5 dicembre 2010
Se solo alcune delle madri di questi politicanti avessero potuto abortire...
sabato 10 luglio 2010
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giovedì 15 aprile 2010
Lettera ad un regalo mai dato
Salutami quel dinosauro fatto col Das con cui condividi l'angolo del cassetto.
Flo
martedì 30 marzo 2010
Forse giallo, azzurro e lilla.
Vorrei una casa. Una casa con le pareti colorate. Vorrei ogni stanza con le pareti di colore diverso, così da poter scegliere quale guardare il base al mio stato d'animo. E dentro ci vorrei i vecchi mobili che avevamo nella casa di campagna. Un tavolo reduce degli anni '60 col ripiano in formica rosso ed il bordo di metallo e le sedie in tinta, ma tutte con una sfumatura diversa in base a quanto sono rimaste esposte al sole. Vorrei un cane ed un gatto. Un gatto di strada che viene da me solo quando ha fame o voglia di coccole; e da lui vorrei imparare a fare le cose solo quando mi vanno davvero. Sarà un gatto che non accetterà mai una carezza in più di quelle che vuole davvero, nonostante sia io a sfamarlo. In fondo non c'è niente di male a comportarsi così se si è sinceri e si mette subito in chiaro cosa si è disposti a dare ed a ricevere. Vorrei un cane che non ha bisogno di guinzaglio e collare. E non vorrei considerarmi la sua padrona, ma la sua coinquilina. E da lui vorrei imparare quel tipo di amicizia che ti fa sorridere con gli occhi alla sola vista dell'amico. L'amicizia in cui l'affetto riesce a mitigare qualsiasi tipo di screzio, in cui niente sarà mai così grave da farti passare il sorriso. Ed in questa casa vorrei almeno una finestra di quelle in cui ti puoi sedere sul davanzale. Vorrei potermi sedere lì per leggere un libro mentre il sole coi sui raggi trafigge i vetri, me ed il libro. Vorrei sedere lì a guardare le gocce di pioggia che si rincorrono sul vetro in una notte tempestosa. Vorrei star in ginocchio sul quel davanzale guardando giù in strada, irrequeita nell'attesa dell'arrivo di un mio ospite. Vorrei un vaso di gerani rossi ad adornare l'esterno della mia finestra. E nella monotonia di una distratta città qualsiasi, la mia finestra sarà contenta di scoprirsi diversa da tutte le altre, così tanto che nessuno essere sensibile potrà fare a meno di notarla.
Vorrei non dire più che "vorrei". Almeno non così tanti e non tutti di seguito. Ho già una parete verde acqua. Ora devo solo scegliere altri 3 colori.
mercoledì 17 marzo 2010
I.V.V.
Un tetrapack di tavernello e una bottiglia di cabernet. Non sono gli artefici di una ubriacatura, ma i protagonisti della mia ennesima metafora. Quando non pensavo o meglio, non immaginavo come poterne venirne a capo, ecco che la chiave è arriva da un po’ di vino; e non è servito nemmeno berlo. Questo si che è “in vino veritas”.
Perché se si vuole credere all’idea di straordinario serve imprescindibilmente arrendersi al concetto di ordinario. Ed accettarlo tutt’altro che mal volentieri, perché è per merito suo e solo se prendiamo come premessa la sua esistenza, che è possibile proiettarsi verso lo straordinario.

